Sei mostre che hanno cambiato la storia dell’exhibition design

Febbraio 9, 2022

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Tracciare una storia delle mostre vuol dire tenere conto delle scelte concettuali e allestitive che hanno portato alla disposizione delle opere nello spazio e alla modifica dello spazio in sé: e che hanno creato un nuovo senso dell’opera, un senso corale, che emerge dalla relazione tra opere e opere, tra opere e spazio.

Ecco una selezione di sei mostre che, con le loro scelte innovative e visionarie, hanno cambiato la storia dell’exhibition design.

Esposizione internazionale surrealista (1925 – 1961)

L’Esposizione internazionale surrealista è una mostra collettiva di artisti surrealisti promossa da André Breton che, a partire dal 1925, ha avuto diverse edizioni in differenti città. Per l’edizione del 1938, tenutasi a Parigi, Breton decide di modificare l’allestimento della mostra con l’aiuto di Marcel Duchamp. Per l’edizione del 1942, Duchamp riempie lo spazio espositivo di una rete di corde intrecciate. L’allestimento diventa a sua volta un’opera d’arte che ospita altre opere d’arte. 

Il teatro delle mostre (1968)

Nel maggio del 1968 la galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis ospita Il teatro delle mostre, una rassegna che trasforma la galleria in un laboratorio permanente. Venti artisti d’avanguardia sono chiamati ogni giorno a trasfigurare lo spazio, facendo coincidere la creazione dell’opera con il design della galleria stessa. Ad aprire la rassegna c’è Giosetta Fioroni, che allestisce dentro La Tartaruga una camera da letto in cui l’artista stessa compie i gesti abitudinari della sua giornata: il pubblico della galleria è costretto a guardarla attraverso uno spioncino applicato sulla porta della stanza.

Live in Your Head: When Attitudes Become Form (1969)

È il 1969 quando Harald Szeeman cura presso la Kunsthalle di Berna la mostra definita dal New York Times “la mostra d’arte contemporanea più famosa nell’epoca postbellica”. Ridisegnando il ruolo del curatore, Szeeman invita 69 artisti europei e americani a occupare le beneducate sale della Kunsthalle, dialogando anche con gli spazi esterni, e a creare le loro opere direttamente sul posto, ponendo un accento sulla centralità del processo artistico e sul dialogo tra opere e spazi, tra artisti e istituzioni.

Partners (2003)

L’assemblaggio della mostra curata da Ydessa Hendeles alla Haus der Kunst di Monaco si basa sul dialogo serrato tra opere e archivi, e mette in discussione lo statuto stesso dell’opera d’arte, il ruolo dell’artista e del curatore. Tra le opere incluse da Ydessa Hendeles rientrano lavori di Cattelan, Diane Arbus, Paul McCarthy ma anche collezioni di fotografie d’epoca, giocattoli e il progetto artistico di Hendeles stessa, The Teddy Bear Project.

All (2011)

Una mostra che ridisegna in modo inedito il rapporto con l’architettura del Solomon R. Guggenheim Museum di New York. A seguito dell’annuncio dell’abbandono della scena artistica di Maurizio Cattelan, il Guggenheim propone una retrospettiva sull’artista italiano dando vita a un’opera/mostra composta da 128 opere, appese a delle corde calate dal lucernario del Guggenheim a 21 metri di altezza. All ridisegna lo spazio espositivo, chiedendo allo spettatore un cambio di prospettiva radicale nella fruizione del museo e delle opere.

In Real Life (2020)

La mostra personale di Olafur Eliasson alla Tate Modern presenta un nuovo capitolo di storia per l’exhibition design di opere installative. I lavoro di Eliasson creano nel museo un’esperienza sensoriale e immersiva per il visitatore, che con il proprio corpo non solo attraversa lo spazio, ma lo modifica, interagendo in prima persona con l’opera d’arte. Ombre, luci, riflessi, cambi di prospettiva, attraversamenti: la mostra non solo si visita, ma si esperisce.

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